Non ho voglia di fare niente, guida all’apatia

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Non ho voglia di fare niente, nemmeno di scrivere questo articolo

“Chacun et chacune porte sa croix moi je porte une piume”
Ognuno porta la sua croce, io porto una piuma

Ti capita spesso di dire “oggi non ho voglia di fare niente, solo dormire”?

Ti senti apatico?

Credi che questo ostacoli la tua produttività?

Pensi di NON STARE FUNZIONANDO BENE?

Ebbene. Ti diciamo noi, rilassati e non preoccuparti. Sei solo un essere umano sano.

Questa non è una guida per trovare una soluzione alla tua apatia e diventare una macchina. Bensì il contrario. E’ una guida per ritrovare la tua umanità, e cominciare a goderti la vita per quello che davvero è.

Ma come? Mi hanno detto che il tempo è denaro!

Sei davvero sicuro che diventare più produttivo e guadagnare più denaro possa portarti maggiore felicità?

In questo articolo cercheremo di capire assieme se l’apatia in fondo non sia la risposta fisiologica e naturale a un mondo che per la maggior parte del tempo cerca di giocare contro di noi.

Non ho voglia di fare niente, sarò malato?

Be’, ti stupirà ciò che sto per scrivere, ma in realtà la tua voglia di non far niente potrebbe essere il sintomo di qualcosa di positivo.

L’uomo non è nato per lavorare, seguimi in questo ragionamento.

Nell’antica Roma l’apatia era considerata una virtù del cittadino.

La massima aspirazione del romano era infatti quella di non esaltarsi, né abbattersi di fronte agli accadimenti della vita, consapevole che ogni evento, anche il più spiacevole, avrebbe comunque portato con sé una lezione positiva.

L’apatia, intesa come impassibilità e liberazione dalle passioni, era dunque uno stato d’animo a cui aspirare.

Ed è la stessa lezione di molte filosofie orientali, come lo Zen. Per i discepoli di questa disciplina, il raggiungimento del satori, ovvero l’ improvvisa comprensione del tutto grazie a una esperienza rivelatrice, costituisce lo scopo ultimo dell’esistenza, la guida verso la liberazione.

E per giungere a questa rivelazione è necessario avere il cuore e la mente liberi, essere in qualche modo sfaccendati.

Le discipline asiatiche si basano sul principio saggio che il migliore modo per risolvere la vita è abbandonarsi a essa, immergersi nell’apatia, intesa alla maniera dei romani. Posizionarsi nel fluire del fiume, e adattarsi alle cose che ci capitano, traendone insegnamenti e sorridendo al nostro destino.

L’amor fati

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L’amor fati di cui parla il grande filosofo tedesco Nietzsche è l’amore del nostro destino, delle cose che ci accadono fuori dal nostro controllo.

Una prospettiva un po’ diversa da quella che cercano di venderci, in questo mondo in cui insegnano a tenere tutto sotto stretto controllo. E in cui appena si guasta il meccanismo bisogna subito correre da uno psicanalista.

L’oltre-uomo ama il proprio fato. Dopo aver coraggiosamente compreso e accettato l’apparente inutilità della vita, si occupa all’accrescimento del proprio spirito ed accetta il destino al quale non può sottrarsi, desidera quindi realizzarlo compiutamente, incaricandosi apertamente e senza timore della meravigliosa tragicità della vita.

« Lo stato più alto che un filosofo posa raggiungere è la posizione dionisiaca verso l’esistenza: la mia formula perciò è amor fati.[…] A tal fine occorre comprendere i lati finora negati dell’esistenza non solo come necessari bensì come desiderabili…per se stessi come i lati più fecondi, più potenti, più veri dell’esistenza, in cui la volontà di essi si esprime più chiaramente e guida la natura[…] Ho scoperto come un altro e più forte tipo d’uomo debba necessariamente escogitare l’innalzamento e il potenziamento dell’uomo in un’altra direzione: esseri superiori, al di là del bene e del male … la mia formula per la grandezza dell’uomo è amor fati: non volere nulla di diverso, né dietro né davanti a sé, per tutta l’eternità.»

Il pigro, l’ozioso, non è una persona senza entusiasmo, stanca di vivere.

Magari l’opposto. Il “Non ho voglia di fare niente” è un grido rivoluzionario di affermazione.

Un operaio impegnato in un lavoro alienante da catena di montaggio, uno studente alle prese con un corso di studi oberante e inutile, pieno di vuote nozioni che non insegnano nulla, ecco delle persone stanche.

Il pigro sorride alla vita, non è un depresso che si chiude nella propria stanza attendendo la morte, esce invece fuori e si gode la meraviglia dell’esistenza, con tutti gli eventi casuali che la compongono. Dice mille volte sì alla vita!

Ma è per caso questo un discorso contro il lavoro? Un invito a non fare nulla?

Vediamo meglio.

L’etica protestante e lo spirito del capitalismo

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Nelle società anteriori al capitalismo, quindi molto diverse da quella attuale in cui viviamo, l’economia era intesa come la produzione di risorse da impiegare per fini non economici.

Cosa vuol dire?

Il contadino produceva cibo per sfamarsi, il calzolaio produceva scarpe per coprire i piedi.
Il re attraverso il denaro consolidava il proprio potere. Oppure proteggeva e finanziava letterati e artisti affinché venisse promossa e coltivata la bellezza.

E così via.

Con l’avvento del capitalismo, cade questa funzione, si smette di lavorare e produrre per soddisfare un bisogno.
Ciò che importa adesso è il profitto fine a se stesso, che il denaro venga sempre investito e si moltiplichi.

Il capitalista vero ama il denaro per il denaro. Vive per i soldi. Non per ciò che può comprare con questi. Il capitale guida la sua vita.
I piaceri che il denaro può acquistare non hanno più importanza rispetto all’accumulazione del denaro stesso.

Il processo che conduce a questa rivoluzione socio-culturale parte con la riforma protestante, iniziata per motivazioni teologiche ma che involontariamente favorì questa mutazione.

Se nel medioevo la figura del povero, del mendicante, molto spesso viandante vagabondo, era associata a colui che viveva nella grazia di Dio, perché rappresenta il Cristo, l’ultimo. Ovvero colui a cui la fortuna che gli era stata preclusa su questa terra e gli veniva riservata nell’aldilà.

Con l’avvento della cultura calvinista la povertà diventa invece il segno della disgrazia divina. Il povero che prima veniva onorato e rispettato diventa qualcosa di cui vergognarsi, allontanare dalle città, annichilire con l’uso del potere.
La classe borghese teme e odia la povertà e l’apatia. Rinchiude quindi poveri, ammalati e vagabondi in ospedali e manicomi.

Il ricco diventa colui che è nelle grazie di Dio. Dato che la ricchezza e il benessere sono chiari segni della benevolenza divina. Il lavoro è visto quindi come una vocazione religiosa, perché è Dio che ci chiama ad esso.

Fabbricare fabbricare fabbricare preferisco il rumore del mare

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La costituzione italiana dice che siamo una repubblica fondata sul lavoro, ricordi?

E questa cosa non ti porta a pensare?

Perché basare la costituzione di uno stato, e quindi l’esistenza dei cittadini che lo compongono, sul lavoro? Siamo forse precipitati in un gigantesco equivoco?

Se il capitalismo garantisse la felicità, ce ne accorgeremmo. Sono ormai secoli che l’intero mondo si è specializzato in questo sistema di produzione, ti sembra che siamo circondati da persone felici e serene?

Contemporaneamente a questa ossessione per la produzione si è sviluppata la paura di essere inefficienti, fuori posto, di NON FUNZIONARE BENE.

E allora giù a prescrivere e consumare psicofarmaci per curare ansia, depressione e apatia, per ritornare ad essere cittadini produttivi e motivati.

Ma queste sono sempre state considerate malattie?

Ebbene, forse ti sembrerà strano e bizzaro sapere che non è stato sempre così.

La depressione è il male di questo secolo, perché? Ce lo siamo mai veramente chiesti?

L’uomo che non vede direttamente realizzate le proprie opere, che non vede il risultato di ciò che ha fatto, fatica a sentirsi realizzato e ad essere felice.

Vive con questo senso profondo di insoddisfazione che non sa bene a cosa attruibire, e appena si rilassa per un attimo subito pensa “Non ho voglia di fare niente, c’è qualcosa che non va in me, devo tornare ad essere produttivo, perché è quello che mi hanno insegnato”. 

Ma quante delle cose che facciamo ogni giorno ci regalano un senso di realizzazione e gioia?

Essere seduti in un ufficio 8 ore di seguito in compagnia di altri infelici è davvero la ricetta per la felicità?

Il problema è invece credersi felici di lavorare per gli altri, ovvero di offrire il nostro tempo, che è la cosa più preziosa che abbiamo, per produrre beni virtuali che non potremo mai toccare ed utilizzare, in cambio di denaro. Si partecipa in questo modo a quel gigantesco circolo vizioso di infelicità chiamato società moderna.

Non ho voglia di andare a lavorare

Gli uomini liberi nell’antichità sapevano che era necessario sforzarsi solo per soddisfare i bisogni primari di riprodursi e mangiare, tutto il resto del tempo lo dedicavano al gioco, allo studio, all’amore e alla contemplazione. E poi, osceno pensarlo per noi moderni, affidavano a degli schiavi le mansioni quotidiane di lavoro.

L’amore per il lavoro è qualcosa di molto recente. C’è un motivo per cui gli antichi greci preferivano relegarlo agli uomini che consideravano non liberi, mentre loro potevano così nel frattempo godersi la vita.

L’uomo contemporaneo si sente inadatto e inutile se non lavora, non importa quale sia il lavoro, quanto degradante e inutile, l’importante è lavorare.

Non lavori? Poverino….

Come se si parlasse ad un malato, a un appestato.

Il lavoro 8 ore al giorno, lo studio accademico, il corso di yoga, il corso di karate, il corso di inglese, cerchiamo in qualunque modo di occupare il nostro tempo per paura di qualcosa che non sappiamo nemmeno noi cos’è.

Ecco il fiorire di questi corsi motivazionali e di auto-aiuto per ottimizzare le nostre prestazioni, manco fossimo delle macchine. Ma abbiamo davvero bisogno di qualcuno che ci spieghi come fare ad essere più produttivi? A diventare dei robot?

L’uomo occupato è l’uomo facilmente controllato

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Il pigro è per definizione un uomo libero.

Perché? Perché urla senza paura “Non ho voglia di fare niente”. 

E’ molto più facile controllare una persona occupata 8 ore al giorno, che torna a casa alla sera distrutta, stanca, con la sola forza fisica e mentale di sistemarsi davanti a un televisore e aspettare il sonno, che giungerà presto, per poi addormentarsi e ricominciare il giorno dopo da capo.

La persona oziosa invece conosce il valore del proprio tempo, costruisce la propria vita nel rispetto di se stessa, e sa che accumulare soldi non è la più allettante delle prospettive.

Lavora il minimo indispensabile che le occorre per vivere.

Il resto del tempo lo trascorre con le cose che lo appassionano, con i propri amici, i propri familiari, riflettendo, ascoltando il suono del silenzio perché no. 

Ha quindi tutto il tempo di pensare, esercitare la propria immaginazione, rendersi conto della propria condizione, e compiere scelte che davvero rispondono ai propri intimi desideri, se occorre.

O altrimenti godersi il tiepido tepore dell’esistenza, godendo di questa dolcissima apatia.

Perché la verità è che la maggior parte dei casi, non fare niente è la vera soluzione.

Ci sono infatti problemi che si risolvono da soli, bisogna sapere quando occorre davvero intervenire e quando invece sono dei finti problemi che possono solo stressarci e angosciarci.

Lo stress e l’ansia mettono il nostro cervello in una situazione di allarme, come se fossimo rincorsi tutto il tempo da un animale feroce.

Ed è questo il momento in cui prendiamo le decisioni più sbagliate.

La struttura di potere che ci sovrasta, qualunque nome o identità gli vogliamo dare, ci vuole ansiosi e timorosi.
Gli ansiosi sono ottimi lavoratori. I governi e le grandi corporazioni amano il terrorismo, perché è buono per il business.

Un mio amico che lavora nel campo della promozione di videogiochi mi ha confidato che secondo le statistiche a disposizione, le vendite di videogiochi aumentano esponenzialmente nei momenti di maggiore stress e recessione.
Ad esempio in una nazione quando avviene un atto terroristico.

Questo perché?

La gente per rilassarsi ha bisogno di distrarsi. E lo sanno bene i magnati dell’industria dell’intrattenimento e della distrazione.

Il sistema quindi cosa fa, fa di tutto per alzare in noi il livello di ansia, e poi fa in modo di farci pagare pur di usufruire di servizi o oggetti che lo riabbassino. In un vortice vizioso infinito.

Omicidi, femminicidi, ISIS, pazzi dinamitardi, sparatorie, zingari, immigrati, strade poco sicure, uragani, eccetera eccetera… Sono questi tutti elementi che sembrano volerci suggerire “Statevi a casa, che è meglio! Mettetevi al sicuro!”

Ci costringono a vivere come in un perpetuo stato di guerra

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Come nel libro 1984 di George Orwell, ci controllano convincendoci di essere in un perenne stato di guerra. Cambia solo il nemico.

Una persona spaventata è una persona inerme.

Ci viene detto che il crimine dilaga, che i malfattori sono sempre più dietro l’angolo, la verità è che il crimine negli ultimi anni è rimasto invariato.

E’ cambiata solo la nostra percezione di esso, grazie all’insistenza ossessiva dei mass media.

Durante la rivoluzione industriale, trecento anni fa, le persone erano condannate a lavori degradanti, però erano consapevoli di essere sfruttate per il profitto di un altro.

Era quindi più facile ribellarsi.

Adesso invece siamo schiavi e non lo sappiamo. Anzi, nemmeno ci interessa saperlo, perché in fondo lo desideriamo, e abbiamo il terrore di dire “Non ho voglia di fare niente, solo dormire”.

E’ qui che la figura del pigro, dell’ozioso, e dell’apatico intervengono come figure anarchiche di resistenza e ribellione.

L’ansia è il sacrificio della creatività a servizio della sicurezza. E’ abbandonare la propria libertà personale in cambio del senso di sicurezza che ci regala lo stato.

Ma la sicurezza totale è un mito, non esiste.

Guida all’apatia come cura all’ansia

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Ci assillanno con l’ossessione della vita salutare perfetta, non si deve fumare, non si deve bere, si deve fare l’amore solo in un certo modo, bisogna fare centinaia di analisi e test in continuazione.

Questi pensieri e finti doveri entrano nella nostra testa e sono difficilissimi da tirar via.

Il far nulla, letteralmente nulla. Può aiutarci a combattere l’ansia.

Una strategia è semplicemente dimenticare, abbandonarsi e lasciare le cose fluire indisturbate.

Il ricordare, rimuginare, pentirsi, ambire a cose impossibili, sono tutti nemici della nostra tranquillità d’animo.

I giornali sono il male assoluto, evidenziano solo le brutte notizie, che sono quelle che li fanno vendere. E ci dipingono un mondo crudele e sull’orlo del disastro.

Occorrerebbe leggere solo buoni romanzi, non per forza con contenuti mirati all’ottimismo sfrenato, la buona scrittura, i buoni pensieri, i classici, sono un toccasana per l’anima.

Incontrare i propri amici solo per il piacere di farlo, con la mente libera e riposata.

Fare attività fisica, però evitando le palestre di fitness al chiuso, che sono i templi del potere, con quella orribile musica assordante e schermi televisivi ovunque, preferire invece le attività all’aperto, per riprendere consapevolezza del proprio corpo.

Non c’è niente di meglio di una bella corsa all’aria aperta per mettere la propria testa in un flow di pensiero libero ed esaltatante. Prova se non l’hai mai fatto.

Vivere senza smania di controllo, seguendo l’insegnamento dei buddisti, che sanno bene che ogni essere vivente è prezioso e importante, ma nessuno è fondamentale. Le cose accadono fuori dal nostro controllo. Ed è meglio accettare questo e imparare a conviverci.

Ecco quindi ricapitolate le soluzioni per concedersi all’ozio e liberarsi dall’ansia ed affermare “Non ho voglia di fare niente”:

  • Eliminare quotidiani e televisione dalla propria vita

  • Dedicarsi alle buone letture delle grandi menti del passato

  • Trascorrere del tempo con i propri amici a non far niente

  • Fare attività fisica all’aperto, per il solo piacere di usare il proprio corpo, senza ossessione estetica o vanità

  • Assumere un approccio fatalista alla vita

Alcuni consigli per una lettura pigra

  L’ozio come stile di vita, grande libro di consigli su come condurre una vita pigra, oziosa e libera. Da un maestro inglese dell’apatia quale Tom Hodgkinson. 

 

 

 

L’inconveniente di essere nati. Dal genio rumeno espatriato in Francia Cioran uno dei libri di aforismi più belli del secolo scorso. Indaga in modo diretto e crudo il nostro rapporto con l’esistenza. Uno dei pigri più grandi del 900, che preferì vagare in bicicletta nelle campagne francesi piuttosto che seguire il destino accademico.

 

 

In conclusione

Non vergognarti di sentirti apatico.

L’apatia, fare nulla, stare in santa pace, sono queste le vere armi rivoluzionarie.

“Com’è difficile restare calmi e indifferenti mentre tutti intorno fanno rumore.” Cantava Franco Battiato.

Aggiungiamo noi, è difficile, però è un incredibile piacere.

L’apatia è il vaccino di questi tempi moderni frenetici e insensati.

L’essere che non ha voglia di fare niente è l’essere massimamente umano, libero dai condizionamenti sociali.

Impariamo a goderci il dolce far nulla, e cominciamo a guardare in noi stessi.

E’ il primo passo fondamentale per far respirare l’umano e il divino che annidano dentro di noi.

Vi lasciamo con una splendida poesia del grande Dino Campana, un altro modo di dire “non ho voglia di fare niente”:

Schermata 2017 10 15 alle 06.25.29 - Non ho voglia di fare niente, guida all'apatia

Fabbricare, fabbricare, fabbricare
Preferisco il rumore del mare
Che dice fabbricare fare disfare
Fare e disfare è tutto un lavorare
Ecco quello che so fare

Summary
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Non ho voglia di fare niente, guida all'apatia
Description
Come ribellarsi e resistere al mondo moderno facendo assolutamente niente. Rivalutazione dell'ozio e dell'apatia come armi per restare umani.
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La Casa Del Pigro
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